War/Garden (After Tubby)
Graham Fagen
7 marzo / 4 maggio 2026
War/Garden (After Tubby) affronta uno dei temi ricorrenti nella ricerca di Graham Fagen: la guerra. L’opera nasce da un soggiorno dell’artista presso la Talbot House, a Poperinge, in Belgio. Oggi museo, questo luogo ebbe un ruolo estremamente significativo durante la Prima guerra mondiale. Fondata da due cappellani dell’esercito britannico per offrire conforto ai soldati alleati di passaggio impegnati al fronte, la Talbot House era un incrocio tra un club per gentiluomini e una canonica: un esperimento sociale descritto come un’oasi di serenità in un mondo impazzito.
Nel 2007, mentre sta realizzando un’altra opera, Fagen rimane colpito da una serie di cartelli affissi all’interno della casa come monito per i militari. Uno di questi recita: «Entra nel giardino e dimentica la guerra». Qualche anno più tardi l’artista decide di riappropriarsi di quel messaggio per tradurlo in un’insegna al neon, realizzata con la propria calligrafia.
Il giardino, una sorta di zona neutrale a pochi chilometri dal fronte, non è più soltanto un rifugio dalla Prima guerra mondiale, ma diventa uno spazio metaforico nell’Europa contemporanea. L’opera è concepita per essere declinata in diverse lingue e presentata ogni volta in contesti differenti.
A poco più di vent’anni di distanza dalle guerre nei Balcani, lo scenario geopolitico attuale vede il ritorno del conflitto armato anche entro i confini europei. Le politiche di riarmo sono oggi una realtà concreta, quasi normalizzata, anche in Italia, e sostenute tanto dalle destre quanto da una parte della sinistra liberale. Una subdola propaganda, di fatto, cerca di farsi strada persino nella scuola pubblica. Alla luce di questo orizzonte sconcertante, l’opera di Fagen viene calata nel dispositivo LAVAPIU. E, trasportato in un ulteriore contesto, il messaggio si piega: non è più tanto un invito a trovare riparo in uno spazio sicuro (quale Giardino?) e a lasciare l’orrore fuori dalla porta. Esso genera piuttosto l’effetto contrario: l’evocazione, nel momento stesso in cui lo si nomina, proprio dell’immaginario che le parole ci prescriverebbero di dimenticare. Una possibilità – la guerra – che, in quanto Occidente, ci siamo illusi che riguardasse geografie altre; addomesticata nei racconti delle sopravvissute, pacificata dalle corone di fiori, incisa sulle lapidi o fusa nelle pietre d’inciampo.
War/Garden si configura come il disinnesco di un torpore collettivo: utilizza un linguaggio visivo affine a quello commerciale (la luce al neon, qui riprodotta su stampa in vinile) per generare un cortocircuito che si propaga in più direzioni. Sta a noi, ancora una volta, decidere quali.
*** Appena qualche giorno dopo la scrittura di questo testo, un nuovo conflitto è esploso in seguito all’attacco degli stati imperialisti USA e Israele all’Iran.